7Storia
La storia della cattedrale ha inizio nel 1603[1], quando Agostino Avanzo rileva l'antica basilica paleocristiana di San Pietro de Dom, per ottenere una visuale completa dell'area disponibile alla realizzazione di un nuovo edificio religioso. La vecchia basilica, ormai in condizioni pericolanti, doveva essere sostituita da una nuova cattedrale, più idonea alle nuove esigenze architettoniche dettate dalla Controriforma e più in linea con le architetture dell'epoca. Agostino Avanzo presenta un primo progetto del Duomo, un ibrido fra il manierismo e il classicismo: pianta a croce latina, con tre navate e transetto, altari laterali sporgenti e grande cupola centrale[2]. Quest'ultima, in particolare, si impose fin dalle primissime idee sul progetto e accompagnerà il cantiere nei secoli come una specie di grande aspirazione comune, voluta e, in fondo, sognata da tutti gli architetti che vi lavoreranno.
La cupola
Giovanni Battista Lantana, appena uscito dall'accademia e fresco di studi, al contrario dell'Avanzo che era ormai un maestro di tradizione, presenta un progetto abbastanza simile ma più moderno e con una maggiore attenzione strutturale. Entrambe le idee vengono però scartate dai deputati della commissione di cantiere, eletti dal Comune e dal vescovo, soprattutto per il fatto che non presentavano sufficienti affinità con le direttive del Concilio di Trento nell'ambito dell'architettura religiosa. Il Lantana presenta quindi un nuovo progetto con pianta a croce greca inscritta in un quadrato, grande cupola centrale contornata da quattro cupole minori e abside sporgente, abbastanza simile a quello presentato da Bramante per la basilica di San Pietro ma senza la navata esterna e solamente con l'abside di fondo, progetto che viene accolto dalla commissione. I dibattiti non tardano a nascere: si hanno dubbi anche sulla stessa posizione che dovrà avere la cattedrale, cioè se sia il caso di costruirla al posto della basilica di San Pietro de Dom, demolendola, o magari di posizionarla sul lato sud della piazza, creando un fondale monumentale di pieno gusto barocco. In questo luogo, però, dove sorge oggi l'ottocentesco palazzo del Credito Agrario Bresciano, era presente la residenza dei Negroboni, aristocratici bresciani, una grande villa con giardino[1]. I Negroboni, in cambio della cessione del terreno e della conseguente distruzione della villa, ne pretendevano un'altra con parco annesso e, inoltre, la basilica di San Pietro di Dom sarebbe rimasta in piedi, richiedendo a breve un restauro radicale. Si optò quindi per la soluzione più economica, ovvero di demolire l'antica basilica e di costruire al suo posto il nuovo duomo.
A questo punto si generarono altre discussioni: il progetto del Lantana era troppo simile alla conformazione del Duomo vecchio[2], proprio lì accanto, e la croce greca proposta era, praticamente, troppo moderna e ancora poco compresa dalle maestranze e dalla popolazione, nonché nuovamente incompatibile con i regolamenti della controriforma. Notare, comunque, come quest'ultimo problema non fosse così determinante: la pianta a croce greca, innalzata a impianto perfetto dell'architettura religiosa da praticamente tutti i più importanti artisti rinascimentali (da Leonardo da Vinci a Bramante, a Antonio da Sangallo il Giovane), era notevolmente radicata nell'ideologia sul tema, tanto che nemmeno la controriforma non riuscì mai del tutto a contrastarla. In tal senso, facevano già testo le chiese di Sant'Alessandro in Zebedia a Milano e di Santa Maria di Carignano a Genova, costruite appunto a croce greca proprio in quegli anni, rendendola, per così dire, non del tutto inedita. Proprio alla chiesa di Carignano, difatti, è probabile che si rifece il Lantana per il suo progetto, poiché i primi lapicidi che lavoreranno al cantiere del duomo saranno proprio gli Orsolini, genovesi[2]. Il Lantana propone infine un terzo progetto, che si rivela essere quello definitivo: viene aggiunto un ordine minore tuscanico da affiancare a quello maggiore corinzio e viene posta un'ulteriore cupola sull'abside, che sarebbe stata retta da alcuni contrafforti esterni intervallati da nicchie. Per queste ultime, i deputati della fabbrica già commissionano le statue decorative a Giovanni Antonio Carra, capostipite di un'illustre famiglia di scultori bresciani.
La posa della prima pietra avviene nel 1604 e la piazza antistante viene subito occupata dai casotti dei lapicidi, trasformandosi in una vera scuola di scultura e architettura, quest'ultima da sempre mancante a Brescia. Le polemiche, comunque, non si attenuano: al centro di tutte è ancora la questione della pianta a croce greca, che i più vorrebbero trasformata in croce latina. A capo degli oppositori si pone Pier Maria Bagnadore, più per ostacolare il rivale Lantana che per questioni architettoniche. Propone un progetto alternativo, praticamente una copia di quello definitivo del Lantana con la sola aggiunta di una campata verso ovest che convertisse la croce greca in una croce latina. La "battaglia" viene vinta dal Bagnadore[2], che assume l'incarico di direttore dei lavori, mentre il Lantana resta a gestire l'aspetto economico del cantiere. Ma la rivalità fra i due è insanabile: i disaccordi emergono ovunque e per qualsiasi particolare e il cantiere si blocca per lunghi periodi. Il progetto subisce alcune modifiche: ai lati dell'abside vengono poste due strutture di servizio, di cui una utilizzata come canonica. L'abside risulta quindi inglobato fra di esse e non più sporgente, tanto che la cupola di copertura non avrà più bisogno di contrafforti. Anche le nicchie esterne, decorate dalle statue dei Carra, si ridurranno a due dalle forse cinque di partenza e gli scultori vi posizioneranno solamente le statue dei santi Faustino e Giovita, tuttora presenti. Oltretutto, nemmeno il Bagnadore, entrato nel cantiere come "difensore" della pianta a croce latina, la realizzerà veramente: un'ulteriore modifica al progetto, da lui stesso operata, rende la pianta del duomo nuovamente a croce greca, assottigliando talmente la campata aggiunta poco tempo prima da eliminarla del tutto e riducendola a nient'altro che a due nicchie fra i piloni di controfacciata, nemmeno collegate fra di loro. Il continuo contrasto con il Bagnadore e, forse, anche questo suo discutibile comportamento, praticamente ipocrita, portano il Lantana all'abbandono del cantiere entro poco tempo. La goccia che fece traboccare il vaso, per così dire, pare fu l'arrivo di Tommaso Lorando, un allievo dello stesso Lantana, che gli venne affiancato nella gestione della contabilità, forse mettendo in discussione le capacità del Lantana anche in questo campo e generando un suo definitivo rifiuto a seguire il percorso della fabbrica[2].
L'arca di sant'Apollonio
Il cantiere subisce nuovamente lunghi arresti. Il ritorno all'impianto a croce greca da parte del Bagnadore porta l'architetto fuori dalle grazie del vescovo di Brescia Giorgi, che lo allontana dal cantiere nel 1611 e chiama al suo posto il milanese Lorenzo Binago, realizzatore della chiesa di Sant'Alessandro in Zebedia, proprio una di quelle che aveva forse ispirato il progetto di partenza del Lantana. Si entra nella seconda fase di costruzione del duomo: a fianco del Binago viene posto Antonio Comino, altro grande esponente dell'architettura e scultura bresciane dell'epoca e realizzatore del progetto di ricostruzione della chiesa dei Santi Faustino e Giovita. Comino diventa il direttore dei lavori, mentre Binago resta progettista e sovrintendente. Viene prodotta una notevole quantità di disegni di carattere esecutivo, corredati da annotazioni e spiegazioni. La facciata pensata dal Binago è più barocca e contornata da due torri-campanile, come era di moda all'epoca per gli edifici religiosi. Quest'ultima soluzione, però, è nuovamente troppo moderna agli occhi della popolazione e dell'amministrazione, tanto che non si era mai vista a Brescia una chiesa con due torri in facciata. Oltretutto, se fossero state realizzate, le torri sulla piazza si sarebbero rivelate ben quattro: le due del duomo, la Torre del Popolo del Broletto e il campanile del Duomo vecchio, oggi non più esistente perché crollato nel 1708. L'idea, in teoria, sarebbe servita per "imbarocchire" la piazza[2], ma i tempi non erano ancora maturi e così le torri non furono mai costruite.
L'epidemia di peste che interessò il Nord Italia attorno al 1630 e la conseguente crisi economica e demografica misero a dura prova anche il cantiere del duomo, provocando un arresto quasi quarantennale. Il cantiere riprende, fra alti e bassi, nella seconda metà del Seicento, ma sarà solo alla fine del secolo che potrà dirsi riavviato. Particolare degno di nota è che, se i lavori poterono riprendere abbastanza presto, lo si dovette a tutte le eredità donate alla Chiesa dall'enorme numero di defunti provocato dalla peste, che mise quindi la Diocesi di Brescia in condizioni economiche sufficienti a riaprire la fabbrica sebbene, al di fuori, la crisi ancora imperversava[2]. Alla ripopolazione del cantiere, dunque, i personaggi erano ovviamente tutti mutati: comincia la terza fase di costruzione dell'edificio. Nel 1698 Luca Serena, figlio del pittore Nicola Serena, disegna un progetto per il completamento del duomo, così come farà nel 1711 Giuseppe Antonio Torri, artista al tempo di fama nazionale, presentando inoltre una copertura dell'abside a carena di nave, mai realizzata. Antonio Biasio diventa, pochi anni dopo, il nuovo direttore dei lavori e nel 1719 progetta una nuova facciata, in sostituzione a quella del Binago, con coronamento a frontone semicircolare, molto di moda al tempo. L'idea rimarrà fino al 1748, quando un'altra modifica sempre ad opera del Biasio modificherà il frontone in forma di arco ribassato, nuovamente seguendo i costumi dell'epoca. In questi anni si ha il fiorente episcopato del Cardinale Angelo Maria Querini, che darà un forte impulso ai lavori[1].
Nel 1758 il Biasio muore e alla direzione